Tyler Andrews tenterà di salire l’Everest senza ossigeno in meno di 20 ore
Tyler Andrews, un corridore di ultra-distanze e guida alpina, ha recentemente annunciato il suo ambizioso progetto di scalare il Monte Everest senza ossigeno supplementare e in meno di 20 ore. L’obiettivo è segnare il fastest known time (FKT – miglior tempo conosciuto) sulla montagna più alta della Terra.
L’americano detiene già ben 7 record FKT sulle cime dell’Himalaya, tra cui quello sul Manaslu realizzato nel settembre 2024.
In un’intervista con ExplorersWeb, Andrews ha condiviso dettagli sulla sua preparazione, sulla motivazione e le sfide che prevede di affrontare durante questa spedizione.
Un record molto discusso
Il FKT dell’Everest è molto discusso. Ufficialmente, la salita più veloce è quella del nepalese Lhakpa Gelu Sherpa nel 2003, ma ha utilizzato ossigeno supplementare. Nel 1988, il francese Marc Batard ha raggiunto la vetta senza ossigeno supplementare in 22 ore e 29 minuti. Nel 1996, l’italiano Hans Kammerlander è arrivato in cima in 16 ore e 45 minuti, salendo però dal versante nord.
Per Andrews, il tempo da battere è quello di Kazi Sherpa, che nel 1998 ha scalato l’Everest dal versante sud in 20 ore e 24 minuti senza ossigeno supplementare. Anche il record di Kazi Sherpa fu discusso, perché utilizzò ossigeno supplementare durante la discesa, ma per Andrews questo non è rilevante, perché secondo lui va considerato solo il tempo del record dal Campo Base alla vetta.
Strategia di acclimatazione e abbigliamento ultraleggero
Andrews ha anche discusso delle sfide logistiche della spedizione, inclusa la pianificazione del percorso e la gestione delle condizioni meteorologiche imprevedibili. Ha evidenziato l’importanza di una strategia flessibile e della capacità di adattarsi rapidamente alle circostanze mutevoli sulla montagna.
Rispetto a quanto fatto in occasione del record sul Manaslu, intende salire più in alto durante le rotazioni prima dell’attacco alla vetta, oltre i 6.600 metri. Ma la fase di acclimatazione non avverrà sull’Everest: Andrews salirà (probabilmente più di una volta) sul Mera Peak (6.476 m) e sul Baruntse (7.129 m), per poi spostarsi al Campo Base dell’Everest all’inizio della stagione e fare un’unica rotazione fino al Colle Sud quando la via sarà attrezzata, prima di riposare in attesa dell’attacco finale alla vetta.
Come sul Manaslu – dove hanno destato qualche perplessità le foto che lo mostrano in pantaloncini corti e scarpe da corsa con ramponi applicati – utilizzerà un equipaggiamento estremamente leggero, costituito da un prototipo di tuta composto da due pezzi che si possono unire o separare tramite zip, così da poter indossare solo una delle due parti – al posto della tradizionale tutta d’alta quota in piuma – e da uno scarpone del tipo di quelli usati normalmente per le cime da 6.000 o 7.000 metri (come il modello G2 Evo di La Sportiva), abbinato a calze con solette riscaldate.
Sul Manaslu Andrews ha raggiunto la vetta con delle scarpe da trail running (modello Cyclon di La Sportiva) protette da una ghetta, ma questo era stato possibile grazie a condizioni meteo incredibilmente favorevoli.
Gestione del rischio
Anche la gestione del rischio è stata attentamente considerata, con una solida rete logistica e organizzativa. Ad ExploerersWeb Andrews ha dichiarato: “Non ho mai avuto il desiderio di morire in montagna, e la penso ancora così. Ovviamente, capisco che in alta montagna non si può mai controllare tutto, specialmente nella Khumbu Icefall, ma ciò che possiamo controllare, lo controlleremo. L’Everest è oggettivamente la sfida più grande che abbia mai affrontato nella mia carriera, ma ho ancora molti obiettivi per il futuro, quindi non intendo correre rischi inutili.
Ha spiegato inoltre che la sua esperienza nelle corse di ultra-distanza lo ha preparato fisicamente e mentalmente per le difficoltà dell’alpinismo ad alta quota. Ha sottolineato l’importanza dell’adattamento all’altitudine e ha descritto il suo regime di allenamento, che include sia la corsa che l’arrampicata, per simulare le condizioni che incontrerà sull’Everest.
Per Andrews, un FKT sull’Everest rappresenta il culmine di un progetto più ampio. Negli ultimi tre anni si è dedicato a una serie di sfide che lo hanno portato a collezionare decine di FKT in Nepal, tra cui diverse vette di 6.000 e 5.000 metri, alcuni sentieri famosi, il Manaslu e tentativi sul Lhotse e sul Pumori. Ha inoltre viaggiato in tutto il mondo per stabilire altri record, ad esempio sull’Aconcagua e sul Kilimangiaro.
I competitor
Andrews inoltre non è l’unico sky runner che sta per tentare questo record FKT sull’Everest in mente. Anche Karl Egloff, dall’Ecuador, detentore del FKT sul Makalu, punta a salire la montagna più alta del mondo in velocità. Per Andrews Egloff è un “concorrente incredibile e una fonte di ispirazione.” Egloff farà comunque parte di un’altra spedizione e avrà una strategia personale per la sua salita, che affronterà insieme a Nico Miranda.
L’etica alpinistica
Parlando delle motivazioni dietro questa impresa, Andrews ha menzionato il desiderio di spingersi oltre i propri limiti e di esplorare nuove frontiere nell’ambito dello sport di resistenza, affermando di essere consapevole del forte dibattito su etica, stile ed essenza stessa dell’alpinismo che l’FKT nell’alpinismo d’alta quota sta alimentando.
“Sono un grande appassionato di alpinismo come sport, un grande fan dell’atletica leggera, e anche degli sport di resistenza. Quindi capisco che i puristi di ogni disciplina possano avere dei problemi quando qualcuno arriva e fa le cose in modo diverso. È successo anche a me con la corsa! Vengo dal mondo delle gare su pista, e inizialmente non capivo gli ultrarunner, che mi sembravano più camminatori che veri corridori. Poi ho provato l’ultrarunning”.
“So che la storia è importante, e rispetto profondamente il contesto storico dell’alpinismo. Proprio per questo non ho mai affermato di essere un alpinista d’élite. Amo la montagna e amo leggere le storie di ciò che fanno gli alpinisti nelle Alpi e in Himalaya, ma io pratico uno sport diverso, in cui porto metodi e filosofia del trail running, e persino dell’atletica leggera, sulle grandi montagne. Altri potrebbero non apprezzare quello che faccio, lo capisco. Ma penso anche che l’uomo abbia sempre corso su e giù per le montagne, e oggi esiste un’infrastruttura che permette di correre anche sulle grandi vette himalayane.”
Alla fine, dice Andrews, è un po’ come praticare l’arrampicata sportiva invece di quella tradizionale. Ciò che conta di più per lui è stare in montagna e condividerla con altre persone, ognuna delle quali può vivere quell’esperienza a modo proprio, secondo il proprio stile.
E voi che cosa ne pensate di questi tentativi di scalata in velocità nell’alpinismo d’alta quota? Ditecelo nei commenti!