Il suo nome era Osvaldo, come quell’antenato che aveva combattuto al soldo dell’imperatore Carlo IV e come uno dei due patroni del suo paese, ma fu sempre chiamato Svaldìn, il corrispondente ladino. Un diminutivo poco azzeccato visto che era un uomo alto e ben piazzato. Era nato il 26 agosto 1892, terzo di sei figli. Nel 1899 sua madre, 34 anni, li lascia orfani. Lui aveva sette anni, la più piccola neppure tre mesi. A 13 anni, nel 1905, suo padre gli diede 10 Lire, l’equivalente di 40 Euro di oggi: «Questi sono i primi e saranno anche gli ultimi.» Quindi lo affidò a un parente che partiva per la Germania a fare lo stagnino.
Arrivò invece in Francia. Qui, forse a Strasburgo nella prima decade del Novecento, vide il suo primo film – arte ancora in fasce -, il famoso cinemà o filmina, con la celeberrima sequenza del treno che usciva dalla galleria e pareva correre veloce verso la sala mentre la folla fuggiva in preda al terrore.
Raccontò che in quegli anni giovanili vide uno spettacolo osé, audace, ma del tutto innocente rispetto a quanto ci propina oggi il cinema e la televisione: era il can can o qualche suo derivato di successo uscito dallo sfavillante palcoscenico del Mouline Rouge.
Poi l’Italia decise di giocare alla guerra. Per farlo chiamò alle armi in prima linea i suoi baldi giovani, poi i baldi anziani che avevano guerreggiato in Libia, poi i poveri cristi poco baldi e quasi quarantenni della Milizia Territoriale, infine i baldi patrioti di varie età che sfacchinavano all’estero per mantenere le loro famiglie e il bilancio dello Stato.
Svaldìn rientrò dall’estero per fare il suo dovere di soldato.
Studiando recentemente i documenti dell’Archivio di Stato e i diari di guerra, si è conosciuta finalmente la verità sulla “Grande Guerra” di Svaldìn.
«Soldato di leva 1ª categoria, classe 1892. Distretto Militare di Belluno, 1 dicembre 1912. Tale nel 7° Regg. Alpini Batt. Pieve di Cadore, 3 dic. 1912.
«Trattenuto alle armi a senso dell’Art. 1° Regio Decreto del 18 dicembre 1914 (ci. n. 642 a datare li 1 gennaio 1915). Tale in territorio dichiarato in Istato di guerra R. Decreto 22 maggio 1915, n. 708, 23 maggio 1915. Mandato in licenza con assegni in attesa dell’espletamento degli atti medico legali per gli incombenti di pensione, li 17 giugno 1917. Concessa dichiarazione di aver tenuto buona condotta, di aver servito con fedeltà e onore. Rientrato al corpo ed inviato in congedo assoluto perché riconosciuto permanentemente inabile al servizio Militare dal 1 ottobre 1917. (Dispaccio Ministeriale n. 415192 del 14 settembre 1917, li 30 settembre 1917). Verificato e chiuso, Belluno li 27 settembre 1917.
Riporto: «Ferita d’arma da fuoco alla gamba sinistra riportata alla forcella Lavaredo (Auronzo) li mattina 26 maggio 1915. Autorizzato a fregiarsi del distintivo d’onore istituito con R. D. 21 maggio 1916, n. 640 – campagna di guerra 1915. Concessa Medaglia a ricordo della Guerra Europea 1915-18, n. 298313, concessa 1.7.1924. Autorizzato fregiarsi medaglia a ricordo guerra 1915-1918, n. 125408 del 9.8.1929.»
Cosa era successo quella mattina del 26 maggio 1915 a Forcella Lavaredo a soli due giorni e mezzo dalla dichiarazione di guerra (ore 19 del 23 maggio) e tre giorni dopo l’arruolamento?
La bestialità della guerra aveva indotto italiani e austriaci a diventare nemici acerrimi. Fino a pochi giorni prima avevano barattato caffé con tabacco, pasta con cioccolato, carne in scatola con speck! Amicizia intima forse non c’era mai stata tra pusteresi e comeliani, ma rispetto sì!
Sepp Innerkofler (1865-1915) era una grande guida alpina di Sesto in Pusterìa, perfetto conoscitore della zona, in guerra capo della leggendaria “pattuglia volante” e fin da subito eroico combattente degli Standschützen nelle fila dell’Impero austro-ungarico. Era anche un uomo di cultura e, giornalmente, teneva un diario che “confezionava” ogni sera prima di coricarsi. Naturalmente dopo aver detto un’Ave Maria in “todesco” da buon cristiano qual’era.
Sepp, benché avesse ormai 49 anni e sette mesi, si presentò spontaneamente alla gendarmeria di Sesto già nella mattinata del 19 maggio 1915. Il 20 venne inserito nelle fila dell’esercito austriaco e comandato ad iniziare immediatamente la prima missione. Seguita da una serie incredibile di leggendarie imprese alpinistiche realizzate con la sua “squadra volante”. Il miglior campo d’azione furono le montagne del Gruppo del Popèra e dintorni, quelle che dominano la sua valle. Là le truppe italiane si erano già posizionate con l’intenzione di effettuare una di quelle azioni che, perlomeno alla nascita, davano l’impressione di essere fra le più illogiche operazioni militari della storia e che, invece, risultarono quanto mai efficaci e determinanti: la conquista del Passo della Sentinella.
Nel diario di Sepp si legge: «26 maggio 1915: partito con Forcher [suo cognato, NdA] alle ore 6; arrivato sul Paterno alle 8. Alle 8,30 inizia di nuovo il ballo. Il tiro non è molto preciso, ma gli shrapnel hanno un buon effetto e costringono gli italiani a ripararsi dietro la Cima Piccola di Lavaredo. Mi fischiano, è vero, un paio di confetti vicino agli orecchi, ma la pelle è salva e quando arrivo sulla cima sento sotto di me il crepitio di un tiro rapido”.
«Mi spingo ancora più avanti e comincio a lisciare il pelo sulla schiena di quei signori; dopo tutto loro sono in 20. Anche Forcher mi dice che dalla forcella superiore qualcuno ha attentato alla sua pelle, ma ha fatto solo un buco nell’aria. Spariamo circa 35 colpi, ma gli italiani sono ormai scomparsi e ci sembra di averne feriti un paio. Torniamo al nostro osservatorio. Tutta la Forcella Lavaredo è stata sgomberata, anche i cannoni vengono tolti dalle loro piazzole e la fanteria italiana è al riparo dietro la Cima Piccola di Lavaredo…»
Mentre leggo il diario di Sepp Innerkofler la mia mente corre al grosso faldone dell’Archivio di Stato e alla frase: «Ferita d’arma da fuoco alla gamba sinistra riportata a forcella Lavaredo (Auronzo) li mattina 26 maggio 1915».
Se è vero che uno più uno fa due, dovrebbe essere altrettanto vero che Sepp Innerkofler, decidendo di «lisciare il pelo sulla schiena di quei signori» e di «averne feriti un paio» aveva colpito, nella mattinata del 26 maggio 1915, anche Osvaldo “Svaldìn” Zandonella Callegher, classe 1892, Alpino del 7° Regg. Batt. Pieve di Cadore, combattente per la Patria sulla Forcella Lavaredo.
La pallottola gli trapassò la gamba sinistra all’altezza del ginocchio. Fu subito soccorso dai suoi compagni d’arme e portato in salvo sotto un masso, al di là della forcella, quindi portato all’ “ospedale da campo da cento letti n. 043” di Auronzo per le prime cure e in seguito ricoverato all’ospedale di Piacenza.
Con ginocchio e caviglia menomate iniziò mestamente la sua “carriera” di mutilato e di invalido di guerra. Attraverso l’apposito Ente ricevette gratis per tutta la vita, un anno sì e uno no, la scarpa ortopedica sinistra.
Quella destra era a pagamento.
Svaldìn era mio Padre.
Genitle sig. Zandonella Calelgher,
ho letto il suo ultimo libero tutto d’un fiato… mi ha tenuto lì fino all’ultima pagina, all’utlima riga. Volevo complimentarmi con lei.. sono un comeliano anche io e so di cosa sta scrivendo… sono un appassionato di questo genere di libri e approfitto di questo blog per avere qualche indicazione in più per poterli reperire, soprattutto quelli riguardanti Sepp.. un grande.
Grazie ancora di cuore
Raffaele
Caro Raffaele,
grazie per l’apprezzamnento circa il mio libro sulla valanga di Selvapiana. A breve pubblicherò due pezzi su Sepp Innerkofler. Ciao e buon… Comelico. Italo
Gentile Signor Zandonella,
sto leggendo il Suo meraviglioso Libro sulla valanga di Selvapiana e, sento il dovere di farLe i miei più sinceri complimenti e ringraziarLa per tutto l’amore che dalle pagine di questo libro traspare per il verde Comelico.Anch’io in parte sono comelicense, mia madre era nata a Padola e ho dei ricordi meravigliosi della mia infanzia passata con i nonni.
Ordinerò subito altri Suoi libri e mi perdoni se sono venuta a conoscenza un po’ tardi di questo umanissimo scrittore che è Lei.
Appena verrò su a Padola andrò a visitare il “bellissimo” cimitero di Dosoledo.
Mi scusi il disturbo e ancora grazie e tanti complimenti!
Marta
Gentile Marta Simonetti,
grazie per le sue belle parole che mi spingono a proseguire sulla strada di una “resurrezione comeliana”. Saluti cari a lei e a sua mamma, mia “paesana”. Italo
Splendido libro, meravigliose montagne, un ottimo autore. Attendo con ansia i prossimi volumi e comincio già a far spazio in biblioteca …
Complimenti davvero.
Caro Enrico, grazie per il tuo apprezzamento circa il libro (immagino quello della valanga) e complimenti per il tuo bellissimo sito. Ciao, Italo