Nato a Trento nel 1929, guida alpina, maestro di sci, scrittore, Cesare Maestri – il “Ragno delle Dolomiti” – è uno di quelli che ha contribuito a fare la storia dell’alpinismo: dalla parete Sud-ovest della Marmolada, affrontata in solitaria, alle spedizioni alpinistiche in Africa e Argentina, dove è stato tra in conquistatori del Cerro Torre.
Intensa e multiforme la sua attività di scrittore, che vede al suo attivo libri di riflessione autobiografica oltre che numerose collaborazioni con testate nazionali ed estere; è inoltre socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna.
Cesare Maestri vive a Madonna di Campiglio, dove svolge tuttora la professione di guida alpina con particolare attenzione all’educazione alpinistica e ambientale dei giovani e dei bambini. Proprio su questa sua attività ci siamo soffermati maggiormante nell’intervista che segue, realizzata lo scorso 3 maggio. Inauguriamo così anche le categorie tematiche Giovani e Bambini, argomenti sui quali torneremo spesso nei post di Mountain Blog.
D: Parliamo dei giovani… mi stavi dicendo poco fa che a loro ti sei sempre sentito vicino…
R: Sì, e penso di avere sempre trovato un modo di colloquiare con loro. Ogni estate ad esempio mi occupo di un programma per conto della ApT di Campiglio che si chiama “grandi avventure per piccoli uomini”: porto a spasso i bambini per una giornata, con la scusa di portarli a vedere le marmotte.
Portando a spasso questi ragazzi sani – dai 6 ai 12 anni – mi sono reso conto che c’è un mondo di ragazzi non sani che non possono andare da nessuna parte, perché costretti ad un letto per morire o purtroppo per “vivere”…
D: So infatti che devolvi il tuo compenso per questa attività di guida a favore della ricerca contro la distrofia muscolare e i tumori infantili…
R: Sì…
D: Tornando ai bambini sani, che cosa fai con loro quando li accompagni in montagna?
R: Li porto a spasso, gli insegno l’attenzione all’ambiente, e cerco in quella giornata di spiegar loro come ci si muove, come si rispetta l’ambiente, a non urlare, ad esempio, o il modo, il gesto atletico del camminare, sia in salita che in discesa, il passo, la velocità del passo.
Ma queste sono tutte cose che mi servono per indicare loro il modo di andare in montagna, senza toccare il perché, visto che in realtà ci sono milioni di perché: io dico sempre “un alpinista un alpinismo, mille alpinisti mille alpinismi”. Riguardo a questo quindi la semplice parola “alpinismo” non vuol dir niente: quando facevo il direttore della scuola di roccia ho sempre insegnato come ci si muove, il gesto atletico dell’arrampicata, la sicurezza in parete; quando poi son diventato più vecchio e ho cominciato ad andare a spasso con i bambini ho insegnato loro come si cammina, come si affronta l’ambiente della montagna, senza entrar nel merito del perché.
È un’idea un po’ velleitaria, perché tu pensi che non sia possibile, e invece da come li prendo la mattina a come li lascio la sera c’è già una piccola differenza…
D: Come li vedi cambiare in una giornata?
R: Non è un cambiamento macroscopico: continuano ad urlare, a tirarsi la cacca delle mucche, però mi accorgo di questo quando incontro i genitori qualche giorno dopo: i quali mi dicono “ah, nostro figlio ci ha detto che bisogna far così e così…”
D: Quindi da questo ti accorgi che rimane loro qualcosa…
R: Penso di sì, gli rimane addosso qualcosa…
D: questi sono bambini che immagino vengano dalle città, magari anche dalle grandi città – Roma, Milano, ecc.
R: Sì, sono abituati alla vita comoda…
D: E come li trovi questi bambini cittadini di oggi?
R: Mah, sai si dice che i ragazzi e i giovani non hanno questo, non hanno quello… però io dico – in modo forse provocatorio – che sono un nostro prodotto: se i giovani non hanno ideali – che non è vero! ma è la voce più comune – prendiamoci la nostra responsabilità.
Quello che mi fa piacere è che questi bambini vengono perché portati dai genitori – che hanno detto loro del Cesare Maestri alpinista e bla bla bla – ma poi entrano in contatto con l’esperienza della montagna, e in questo forse sono più avvantaggiati dei loro genitori…
D: Quando i bambini crescono e diventano dei ragazzi, rimane la tendenza di voler continuare a divertirsi… quindi sono attratti dallo sci, forse un po’ meno dallo sci alpinismo, piuttosto dallo snow board e altro…. Pensi che queste discipline sportive siano comunque modi che permettano di avvicinarsi alla montagna o che siano pratiche troppo ludiche, “superficiali”?
R: No, io parto dal presupposto che tutti i modi sono buoni per avvicinarsi alla montagna: c’è chi è contrario ad esempio alle ferrate, alle calanche ecc. Diciamo subito che secondo me l’unica cosa che lega una salita in falesia all’alpinismo è il gesto atletico, però io credo che potrebbe essere una porta di entrata per chi vuole affacciarsi all’alpinismo, o una porta di uscita per chi è stufo o non ha più possibilità di fare grandi fatiche, di prendere grandi rischi…
D: E qui tocchi una differenza: quella che passa tra la montagna “ludica” o sportiva, e l’alpinismo vero e proprio, fatto magari più di sofferenza e di imprese estreme, che è poi quello che hai fatto tu per molti anni… Tu perché hai fatto questa scelta? Che cosa ti ha portato a questo tipo di vita in montagna? Avresti potuto fare solo il maestro di sci…
R: No, intanto io ho fatto una grande fatica a diventare maestro di sci, ho fatto come minimo dieci esami! Lo sono diventato solo perché adoperavo gli sci per andare in montagna… Però la mia – quella dell’alpinismo – è una scelta diversa, non può far testo: come è noto provengo da una famiglia di teatro – mio padre, mia madre, mia sorella, mio fratello – l’unica pecora nera sono io, che però in un certo senso ho scelto un teatro più grande, le montagne. Ho sempre pensato che le montagne diventino
vive nel momento in cui tu entri nella montagna e partecipi ad essa, altrimenti sono solo degli stupendi mucchi di sassi…
D: Continuiamo questo “gioco” del teatro: l’alpinista diventa quasi un protagonista, un attore sul palcoscenico della montagna? E che cosa “recita”?
R: Io parlo per me, sia ben chiaro! E poi allargherei la discussione, anche perché a me personalmente non è mai piaciuto fare l’attore: ho sempre chiesto ai miei fratelli, e a molti attori che ho conosciuto, come Gassman ad esempio, se l’attore abbia una personalità talmente marcata per poter interpretare migliaia di ruoli, o la sua personalità sia in realtà talmente poco forte. Però nessuno mi ha mai saputo rispondere…
D: E in montagna, per te, che cosa è successo?
R: Per me, io ho sempre detto che è stato un modo per esprimermi, realizzarmi nella società: per me la montagna è stata come il tornio per il tornitore, il piano per il pianista, e il teatro per l’attore…
D: Lo può essere ancora oggi per un giovane? Anche oggi che ci sono gli sponsor, che c’è un alpinismo più mediatico?
R: sì, perché no? Ma rimane sempre che ogni alpinista ha il suo modo personale di fare e intendere l’alpinsimo. Io mi sono sempre battuto alla morte dicendo che l’alpinismo è la più bella forma di “anarchia” – nel senso greco del termine – che possa esistere: perché ognuno fa quello che vuole, senza canoni, senza regole, però nel rispetto assoluto della libertà, ricordando che la mia libertà comincia e finisce dove comincia quella dell’altro.
D: Ad un giovane che volesse avvicinarsi all’alpinismo in qualsiasi modo, che cosa consiglieresti?
R: Ti dico come ho sempre finito i miei corsi di roccia, e anche quello che dico sempre oggi quando porto i bambini in montagna a vedere le marmotte o con le ciaspole: prima di lasciarli cerco di dire “montagna per vivere e non per morire”. Perché in montagna è facile morire: se giocando a pallone tu sbagli sotto porta non fai goal, ma in montagna se sbagli sotto porta ti ammazzi…
D: Vuoi dire che il rischio gratuito non ha senso?
R: Direi piuttosto che il pericolo, il pericolo di mettersi in gravi situazioni è sempre presente. Il rischio è un’altra cosa: io ad esempio credo di essere stato un alpinista prudente, certo che la mia prudenza non è mai stata quella della vecchietta che attraversa la strada, che si guarda in giro cinquanta volte; la mia prudenza è stata guardare che gli appigli non si levino, e soprattutto è stato di non andare mai al di là delle mie possibilità. Ho sempre cercato, come principio della mia attività alpinistica, di fare qualcosa in più certo, ma con una certa gradualità: in altre parole non sono mai passato dalla prima alla quarta.
D: E la sofferenza, nell’alpinismo, quella è inevitabile?
R: Credo che faccia parte dell’insegnamento dell’alpinismo: io dico sempre che andando in montagna ho imparato innanzitutto a non andare mai a cercare appigli al di sopra della lunghezza del mio braccio, e poi “a tirarmi su le braghe”, a stringere i denti, a fare dei sacrifici: per queste cose seondo me la montagna può essere una scuola di vita, però poi per non dare troppa “spiritualità” alla cosa, finisco sempre dicendo che la montagna esaspera tutto, e quindi anche le tue caratteristiche personali, nel bene e nel male.
D: Non è la prima volta che accenni al timore di dare troppa spiritualità alla montagna, perché?
R: Perché io sono non credente e profondamente laico: se c’è una cosa che mi infastidisce è l’attuale peso che hanno le forme religiose sul modo di vivere delle persone, sulla vita e sulla società.
D: Spiritualità però non è necessariamente religione… in montagna forse si può trovare un contatto con se stessi…
R: Infatti, ma io non dico che uno non debba andare in montagna per cercare Dio, io dico solo che chi va in montagna per cercare Dio non deve dire a me “vai su che troverai Dio”: Dio è di chi ci crede, e non ha una veste, un colore, una bandiera…
D: E Cesare Maestri, in particolare, non ha mai cercato sulle cime qualcosa di trascendentale?
R: No, io ho goduto della spiritualità del silenzio, della bellezza, e ringrazio ancora oggi la montagna di avermi dato un senso alla vita. C’è quella lapide di Spoon River che dice “dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio – è una barca che anela al mare eppure lo teme.”. Ecco io ho sempre trovato una spiritualità in montagna, ma quello che mi dà fastidio è che quando si parla di alpinismo si tende sempre ad alzare gli occhi al cielo, e questo non mi va bene, ma questo vale per me personalmente.
D: Facciamo una passo indietro, tornando con i piedi per terra a questo discorso iniziale dei bambini: che cosa può dare la montagna ad una famiglia con bambini?
R: Delle bellissime giornate di svago, di calma, di bellezza proprio, non bisogna cercare, credere che ogni volta che vai in montagna è come se andassi a scuola: ci si diverte, ma si può anche andare a scuola e divertirsi allo stesso tempo.
D: Ai bambini insegni che la montagna è pericolosa?
R: Eh cavolo, è una delle prime cose che dico loro: insisto tanto dall’inizio alla fine della giornata. Non è che la montagna è pericolosa: io insegno loro che in montagna bisogna fare molta attenzione, perché è molto facile fare degli errori , e gli errori si pagano sempre, e se non si pagano vuol dire che hai avuto fortuna.
D: E i bambini sono più avvantaggiati nel capire questo rispetto ad un adulto già formato?
R: Penso di sì , perché il terreno è più vergine. Molti anni fa ho incontrato sulle Bocchette un genitore con una bambina slegata e gli ho detto – senza sapere che un quarto d’ora prima un’altra guida gli aveva fatto la stessa osservazione – “ma perché la lascia slegata?”, e lui mi ha risposto più o meno di farmi gli affari miei… un’ora dopo la bimba era morta, caduta. Ecco vedi a me ha sempre dato un gran dolore vedere tanta gente – che hanno il ruolo di isegnanti o pedagoghi – credere di avere anche le capacità tecniche per essere delle buone guide: ma penso che le statistiche ci dicano che la fatalità – spesso usata dai giornalisti per motivare gli incidenti – rapresenti lo 0,1 % delle cause. Quando si legge sui giornali “era esperto”, beh l’esperienza è un’aggravante, non un’attenuante; io su questi temi sarei molto rigido.
Intervista di Andrea Bianchi.
© Etymo gmbh-srl.
Sono un’alpinista con due bambini di tre e cinque anni, che sono sempre pronti ad andare ovunque, purche’ si vada. L’anno scorso siamo andati a una gita con il CAI di Milano per famiglie con bambini da zero a dieci anni. La mia aspettativa era di potere fare una gita tranquilla e protetta. Pero’ ci hanno lasciati indietro, non c’era nessuno che chiudeva la fila magari con walkie-tolkie, ci siamo persi la strada, ci siamo dovuti fermare, perche’ i bambini avevano fame e sonno (avevano 2 e 4 anni). Alla fine li abbiamo trasportati a braccia con grande fatica, e siamo arrivati stanchissimi al rifugio, che era la meta. Quando ci siamo seduti in cerchio con gli altri bambini gli organizzatori mi hanno guardato e mi hanno chiesto, se ci stavamo divertendo. Ho risposto che eravamo appena arrivati.
Non c’e’ bisogno di alcun commento. Pero’ non siamo ovviamente andati più con loro.
io credo che lo scopo principale per un bambino non sia quelle di arrivare primo o di sedersi in cerchio a giocare, ma di incontrare altri bambini cui cui guardare un fiore o un insetto o una mucca, guadare un torrente, magari bagnandosi un po’, scalare una roccia e superare delle difficoltà, in modo da diventare grande.
Vorrei chiedere con questo mio commento, se in Milano o nei paesi e città intorno, ci sono altri Club Alpini, che organizzano “attività family”, però organizzati come si deve.
Gentile Cristina,
ho letto la tua lettera e la tua delusione dopo aver partecipato alla gita con i tuoi bambini.In qualità di Presidente della Commissione Regionale Lombarda di Alpinismno Giovanile vorrei sapere se gli organizzatori della gita erano dei titolati Cai o operatori sezionali, o meglio se questa gita era organizzata dal Gruppo di Alpinismo Giovanile o semplicemtne dalla Sezione di Milano.
in questo momento però è più importante che questa vostra voglia di montagna “ad occhi aperti” non venga meno, quindi ti segnalo il sito della Commissione dove èpotrai trovare tutti gli indirizzi delle sezioni che fanno attività di Alpinismno Giovanile:
http://www.ag-lom.ii
oltre alla sezione di Milano, che per quanto mi riguarda sta operando bene, puoi trovare iniziative rivolte alle famiglie nel programma della sezione di Melzo: http://www.caimelzo.it
sono comunque a disposizione per ulteriori informazioni.
Grazie per l’attenzione Antonella Bonaldi
ringrazio la signora Bonaldi per la cortese risposta.
sicuramente andrò a vedere le possibilità che lei mi ha mostrato.
Per rispondere alle sue domande, la gita alla quale avevamo partecipato era inclusa nella “attività family” della sezione di Milano, che viene anche indicata sullo “Scarpone” sotto “attività giovanili”. Non so se chi la oganizza, sia titolato CAI o operatore sezionale, ma può chiederlo alla segretaria della sezione del CAI di Milano, che era pure presente.
Vorrei precisare che ormai da qualche anno le proposte rivolte ai giovani dalla sezione CAI di Milano non sono svolte nell’ambito dell’Alpinismo Giovanile. Infatti la “Commissione Attività Giovanile” del C.A.I. Sezione di Milano si è autodenominata “NUOVI ORIZZONTI” – “Giovani del C.A.I. Sezione di Milano”. Le altre sezioni CAI in genere attivano la commissione di Alpinismo Giovanile e operano pertanto in aderenza al Progetto Educativo del C.A.I.(il documento ufficiale del Club Alpino Italiano per il settore giovanile), dispongono di accompagnatori formati attraverso corsi specifici, ecc.
L’Alpinismo Giovanile prevede però l’età minima di 8 anni. Dato che la signora non è una neofita della montagna potrebbe organizzarsi insieme ad altre famiglie, proponendo di fare assieme itinerari adatti, facilmente reperibili nelle pubblicazioni specifiche. Questo però comporta impegno e anche responsabilità, che non è detto si senta di assumere. In questo caso consiglio di rivolgersi agli Accompagnatori di media Montagna e alle Guide Alpine (http://www.guidealpine.lombardia.it) che operano a Milano e che propongono gite per famiglie, in attesa che i bambini possano, dopo gli 8 anni, frequentare il corso di Alpinismo Giovanile della SEM, l’altra sezione CAI di Milano (http://www.caisem.org).
saluti, Roberto
Rispondo al suo post. L’attività family del CAI Milano non è Alpinismo Giovanile, essendo rivolta alle famiglie di bambini di età compresa tra gli zero e gli otto anni. Proprio per questo mi aspettavo una professionalità maggiore. Almeno ci deve essere qualcuno che apre e che chiude una gita, in ogni situazione.
Comunque i miei bambini me li porto io in montagna, con o senza altre associazioni. Il fatto di essermi rivolta a una associazione per le famiglie, era per trovare compagnia ai miei bambini.
Sin da quando ha avuto inizio questa attività noi abbiamo aderito a questa iniziativa, trovandoci sempre bene. E’ ovvio che la responsabilità dei bambini così piccoli viene affidata ai genitori che devono essere sempre presenti alle gite. Nel corso degli anni abbiamo rilevato una costante diminuzione degli accompagnatori CAI, che ha ulteriormente caricato di lavoro l’unico accompagnatore rimasto. Ovviamente noi genitori cerchiamo di supportarlo nel corso delle gite.
Durante le gite si creano “sgranamenti” del gruppo anche in considerazione della diversa età dei bambini arrivando comunque tutti alla meta. Va comunque detto che i percorsi sono sempre molto semplici e segnalati. Apprezziamo il notevole sforzo del nostro accompagnatore che dovrebbe poter contare su un supporto più incisivo della sezione anche in considerazione del fatto che il numero delle famiglie partecipanti si è incrementato negli anni.
Sono il papà di Silvia, 8 anni, e con mia moglie partecipiamo alle gite organizzate dal gruppo Family del CAI di Milano da 4 stagioni, ovvero dalla sua nascita. Amiamo la montagna da sempre e la frequentiamo da molti anni.
Il gruppo Family è nato dall’idea di un accompagnatore ufficiale CAI che, invece di portare in montagna soltanto la sua famiglia (3 figli, tutti sempre presenti alle gite), con entusiasmo ed energia coinvolge tanti altri bimbi e genitori.
L’attività è ben organizzata e comprende sempre un punto di partenza, facilmente raggiungibile con mezzi pubblici o auto, un numero di telefono cellulare cui far riferimento il giorno della gita, un punto di arrivo nei pressi di un rifugio.
La passeggiata, semplice ed adeguata alle capacità anche dei più piccoli, è comunque sempre una passeggiata in montagna, non un ‘giretto al campo giochi’: pertanto deve essere cura dei genitori di sorvegliare i propri figli per eventuali pericoli, evitando che il gruppo si disperda troppo (come accade sovente).
Nel caso ci si debba fermare, occorre avvisare subito gli accompagnatori per evitare di essere lasciati soli. Non si può pretendere che la fermata di un solo partecipante per motivi non di emergenza comporti la fermata di tutti ma ad ogni richiesta di aiuto è sempre stato risposto prontamente, anche caricandosi in spalla qualche bimbo in difficoltà.
Purtroppo i primi anni gli accompagnatori del CAI erano più numerosi e questo aiutava molto: nelle ultime due stagioni, invece, un solo accompagnatore, con l’aiuto di qualche genitore, fatica non poco a tenere a bada una moltitudine di vivaci bimbi che ha superato in qualche occasione il numero di 70 persone (compresi i genitori, s’intende).
Il successo della formula, dato il numero di presenze sempre in crescita, mi sembra indiscusso. Quello che sarabbe auspicabile per una migliore riuscita delle gite è un maggior contributo all’ordine ed alla puntualità da parte di tutti noi genitori che consentirebbe di avere un gruppo compatto, più facilmente gestibile ma soprattutto eviterebbe di scoraggiare coloro che, rimasti indietro, non sono più ‘trascinati’ dall’effetto di trovarsi tutti insieme. Il supporto di uno o due accompagnatori aggiuntivi della Sezione non guasterebbe di certo.
La nostra famiglia partecipa alle gite Family dall’inizio dell’attivita’ e abbiamo partecipato a quasi tutte le escursioni. Da ciò si capisce che ci siamo sempre trovati bene e il nostro Luca si è sempre divertito.
Le gite sono sempre state pensate per i bambini e non sono mai state impegnative. Da sottolineare che come evidenzuato da altri tutto l’impegno dell’organizzazione è rimasto sulle spalle del Carlo che con tre bambini trova anche il tempo di pensare al divertimento di altri.
E’ auspicabile che un iniziativa che ha avvicinato tanti gruppi familiari alla montagna e al Cai sia da quest’ultimo più seguita e supportata per non comprometterne il proseguimento.
Cio nonostante ribadisco il nostro apprezzamento per quanto fin qui fatto e ringrazio Teodora e Carlo per il loro impegno ed entusiasmo.
Abbiamo letto, in ritardo, questa interessantissima intervista di Cesare Maestri. Ce ne dispiace, ma soprattutto, ci rammaricano ancor di più gli interventi a posteriori che ci coinvolgono direttamente e che, a nostro avviso, avviliscono il contenuto del brano.
Vorremmo rispondere innanzitutto alla signora Cristina Tettamanti: a memoria, lo scorso anno, nessuno ricorda l’episodio da Lei vissuto. Non vogliamo con questo smentirla, anzi. Se Lei afferma questo increscioso (e noi possiamo aggiungere sporadico) fatto, sicuramente è avvenuto. In tal caso, però, anziché tenere in e per sé la contrarietà dello stesso per tanto tempo, avrebbe fatto bene a segnalarlo tempestivamente alla Sezione e sicuramente avrebbe ricevuto gli opportuni chiarimenti e le eventuali scuse da parte della Commissione Attività Giovanile che coordina l’attività. Attività che fra l’altro è tenuta, a nostro avviso, con scrupolosa ed attenta professionalità da un nostro Accompagnatore nazionale di AG.
Ci meraviglia invece che un socio della SEM, Sezione consorella con la quale i rapporti sono sempre stati improntati da amicizia e collaborazione, faccia uso della lettera della signora Tettamanti per dare, con chiara vena polemica, giudizi sulle scelte e sull’operato della Sezione di Milano.
Se la nostra Sezione ha deciso di costituire “NUOVI ORIZZONTI” – “Giovani del C.A.I. Sezione di Milano”, ne ha avuto le sue buone ragioni conseguite al nascere del gruppo Ortlerkreis – gemellaggio tra le Sezioni di Milano, Monaco e Vienna – sulla scia europeistica si è sentita la necessità di cominciare anche da noi e a titolo sperimentale un’attività mirata ai segmenti 0-8 con famiglia e over 17. Iniziativa unanimemente condivisa dal Direttivo della Sezione.
Teniamo a precisare, anche se non riteniamo questa la sede più idonea, che la nostra Commissione svolge regolarmente una attività di Alpinismo Giovanile – rivolta ai giovani tra gli 11 e over 17 anni – in sintonia con il Progetto Educativo del C.A.I. e condotta da qualificati Accompagnatori nazionali e regionali di AG.
Ci risulta, inoltre, che altre Sezioni CAI organizzano attività per famiglie coinvolgendo bambini anche al di sotto della soglia canonica degli 8 anni (vedi La Rivista, novembre-dicembre 2005): sono quindi, secondo il socio SEM, anche loro da ritenersi fuori dall’Alpinismo Giovanile?
Nel concludere il nostro intervento, che non vuol essere polemico ma doveroso visto che siamo stati coinvolti nostro malgrado, ci scusiamo con i lettori per questo spazio Loro sottratto ad un proficuo approfondimento sull’argomento aperto dell’intervista a Cesare Maestri e li invitiamo a riflettere sulle parole di un insigne alpinista e maestro di vita e speriamo di poter leggere prossimamente commenti più interessanti sull’intervista.
Grazie.